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IL "DOCUMENTO DEI 5 1 
E LA "DISSOCIAZIONE" 

Documenti 


a cura di ECN MILANO 

Centro Sociale Leoncavallo 



SOMMARIO 


Pag. II manifesto 22.03.81 

TERRORISMO? NEIN, DANKE 
Toni Negri 

Pag. ■El AUTONOMIA n. 25 

ottobre '81 

Pag- HE I II mattino di Padova 22.10.81 

AI COMPAGNI DI AUTONOMIA 
Toni Negri 

Pag. HH II manifesto 30.09.82 

UNA GENERAZIONE POLITICA E’ DETENUTA 

Il documento dei 51 





Il manifesto, 22.03.81 

TERRORISMO? NEIN, DANKE 


Parla il principale imputato del 7 aprile. 

"Il terrorismo - dice - è contro il movimento, e va 
sconfitto" 

di Toni Negri 

Quella che pubblichiamo integralmente è una co- 
municazione scritta per il convegno "Dieci anni di 
dibattito nella sinistra", organizzato dai Circolo 
Turati di Genova e che si terrà l'1 1 aprile prossimo. 


Molti compagni, dopo Trani, mi dicono che ab- 
biamo - io e i miei compagni - avuto ragione nel 
dissociarsi dall'iniziativa Br in quella lotta e nel 
caso D'Urso. Ma questi stessi compagni aggiun- 
gono: a) che questa dissociazione è un'operazione 
individuale, che non si pone il problema delle altre 
migliaia di compagni incarcerati; b) che questa 
dissociazione è un'operazoine minimale, perchè 
non produce effetti politici che vadano al di là di sè 
stessa, e quindi rischia di non avere prospettive; c) 
che questa dissociazione è un'operazione ambi- 
gua perchè può, nella forma e nel metodo, essere 
strumentalizzata dal potere. 

Questo tipo di critiche e di riserve non provengono 
solo dal carcere. Anzi, la condanna del comporta- 
mento Br a Trani è, nel carcere, quasi unanime, 
comunque largamente maggioritaria. Le critiche 
provengono, con la massima durezza, dall'esterno 
del carcere, da ambienti dove la solidarietà con i 
compagni arrestati esige l'unità dell'approccio, e, in 
primo luogo, anzitutto, prima di ogni critica, 
l'insistenza sull'attacco della repressione. E poiché 
il potere, a Trani, ha rivelato una faccia bestiale, 
oltre ogni limite, allora ogni discorso dovrebbe 
essere spostato su questo. Che un atteggiamento 
analogo venga fatto proprio anche dai compagni 
incarcerati è molto dubbio, anche se qualcuno ne 
sente le motivazioni, lo, in particolare. Nella situa- 
zione nella quale la dissociazione s'è verificata, 
personalmente credo di aver vissuto tutti i problemi 
e di aver percorso tutte le motivazioni che il mili- 
tante comunista viveva, negli anni '30, nei disso- 
ciarsi dalla linea stalinista, dal ricatto dell'unità. Sto 
parlando di problemi e di emozioni: è qui evidente 
che Stalin non c'entra affatto. Centra invece il 
fatto, sentito da molti compagni e soprattutto da 
quelli che stanno fuori, della gravità del dissociarsi 
dalla lotta, mentre essa è in corso, mentre si è 
sotto il fuoco del nemico, mentre si è doloranti per 
le ferite riportate, quando invece il primo compito è 


resistere e l'unità appare il bene supremo - sicché, 
in senso classico, essere crumiri è un fatto onto- 
logico, non ideologico e astratto. 


Perchè rivendico la dissociazione. 

Ebbene, perchè rivendico la dissociazione, perchè 
respingo le accuse degli esterni, perchè pretendo 
di ascoltare, replicare, convincere i compagni del 
carcere che i limiti - effettivi - della semplice dis- 
sociazione sono superabili ed organizzabili in una 
linea politica di liberazione? Per alcune fonda- 
mentali ragioni che qui mi permetto di sottoporre 
alla discussione. 

1) Perchè le lotte operaie e proletarie, con la loro 
insistenza di massa, sono ben lungi dall'essere ri- 
fluite o addirittura soppresse in Italia e in Europa. 
La linea armata della lotta di classe, nella unilate- 
ralità del suo discorso e nella accelerazione del 
suo progetto, non è solo effettualmente sconfitta, 
ma logicamente scartata da un movimento di lotte 
che non vede, nella lotta armata, necessità e ri- 
gore di conseguenze. Terrorismus? Nein, danke. 
Certo esistono residuati bellici, nel movimento 
complessivo, ma ormai completamente estranei 
alla dinamica della riproduzione politica delle ge- 
nerazioni, all'espansione del movimento comuni- 
sta. Da questo punto di vista, l'iniziativa delle Br 
non può che continuare ad essere come è stata a 
Trani: pura e semplice strumentalizzazione di un 
reale movimento di protesta, continua assassina 
sovradeterminazione dei movimenti di lotta. Oggi, 
per lottare, occorre escludere in partenza che le Br 
o altre "organizzazioni combattenti comuniste" in- 
tervengano nella lotta. L'esclusione della sovra- 
determinazione è una condizione della lotta. 
L'assassinio politico è oggi, prima di tutto assassi- 
nio delle lotte. La riproduzione autonoma del mo- 
vimento comunista esclude spontaneamente da sè 
questa distorsione: essa deve essere esclusa co- 
scientemente. 


Distruggere l'immagine della guerra civile 
2) L'immagine della guerra civile non è stata im- 
posta dalle Br o dalle altre "Occ" ma costruita ed 
utilizzata esclusivamente, unicamente, unilateral- 
mente dal potere. In cambio di qualche morto, del 
resto subito ricambiato, il potere ha costruito con- 
dizioni generali di recessione delie lotte, degli 
spazi politici, della forza del movimento di classe. 
La cosa orribile è stato l'appoggio offerto dalle 
forze della "sinistra" al progetto del potere. Ma mai 
come oggi è diventato chiaro che la distruzione 
dell'ideologia, dell'immagine, dello scenario della 
guerra civile è condizione fondamentale per la 
riapertura della lotta di classe, per la riconquista di 
spazi politici. La forza del movimento proletario è 



pronta a svilupparsi nell'espressione di un pro- 
gramma politico. La lotta è politica. Chi ha mai 
raccontato, fra i classici e nella storia del movi- 
mento operaio, la favola che la recessione dalla 
lotta armata - date condizioni come quelle italiane 

- e quindi la ripresa della lotta politica, sono un 
tradimento oppure una diserzione? Solo dei fana- 
tici o degli imbecilli, come le api di Palmi, partico- 
larmente ingegnose nella mistificazione strumen- 
tale della teoria e della storia, possono sostenerlo 

- o forse, ed è peggio, crederlo. La lotta politica 
proletaria deve distruggere l'immagine della 
guerra. Deve ricacciare in un passato nero e terri- 
bile il sentimento della disperazione, la frenesia 
dell'omicidio, l'ottusità della coerenza combattente. 
Oggi la lotta politica è al primo posto, di nuovo 
agganciata alla lotta di massa, alle sue possibilità 
ed alla sua energica effettualità. Oggi la lotta poli- 
tica di massa è una via permessa dalla crescita 
della nuova composizione di classe ed obbligata 
dalla forza dei suoi bisogni materiali. I comporta- 
menti soggettivi, la spinta verso la centralizzazione 
vanno mediati dentro i livelli della ricomposizione 
politica di classe. La mediazione non è imposta dal 
nemico, ma dallo sviluppo del programma comu- 
nista. Oggi è opportunista, infantile, stupido e sui- 
cida, chi rifiuta la mediazione verso la pratica di 
massa dei programma. L'immediatismo 
dell'obiettivo è nostalgico e fa ora solo parte della 
simulazione statale della guerra civile. 


L'Isolamento carcerario della lotta sul carcere 
3) La centralità del problema del carcere (e dei 
tremila detenuti politici) non può essere 
strumentalizzata - come è avvenuto nella cam- 
pagna D'Urso e subordinata alla costruzione delle 
"Occ" - tanto meno alla vittoria di una linea sulle 
altre. Questa linea è distruttiva in tutti i suoi aspetti. 
Presenta momenti di tale coinvolgimento stru- 
mentale da risultare contraddittoria con i principi 
minimi dell'etica rivoluzionaria. Chi strumentalizza 
in questo modo la lotta di massa ed i bisogni pro- 
letari di libertà non è molto diverso, nella sua etica, 
da quella opposta del pentimento. L'immediatismo 
combattente, nel carcere, coniuga la disperazione 
allo strumentammo: la sua parola d'ordine è 
"muoia Sansone con tutti i filistei" oppure "dopo di 
me il diluvio". Ben altre sono le possibilità di arti- 
colare politicamente, dentro i livelli di massa, le 
sacrosante parole d'ordine: "no 

all'ergastolizzazione", "no alla differenziazione", 
"no all'annientamento". Il carcere - ed il carcere 
per i politici in questo momento - è un problema 
centrale e di dimensioni tali, sociali e storiche, da 
non poter essere non dico risolto ma neppure 
proposto fuori da una linea politica di massa, da 
lotte e da soluzioni politiche generali. Non è certo 


questo il luogo nè il momento per introdurre que- 
stioni giuridiche (depenalizzazioni, amnistia, ecc.): 
questa è cosa che può cominciare a riguardarci 
solo a fronte della ripresa di una campagna politica 
di massa. Ma la vertenza sul carcerario è centrale 
solo in teoria finché essa è isolata, dinchè non di- 
venta parte di tutte le campagne di movimento, 
finché non è intrinseca a tutte le lotte. Non ab- 
biamo bisogno di ‘comitati di solidarietà", ma di 
portare in tutte le lotte il discorso sul carcere. 
L'isolamento carcerario della lotta sul carcere, il 
suo nesso con le linee combattenti delle "Occ", 
hanno un solo esito: condurre, dalla parte del po- 
tere, ad una replica di Attica o di Stammheim; dalla 
parte del proletariato prigioniero, ad una rottura 
interna verticale e irresolubile. Evitare l'una cosa e 
l'altra è compito di tutti i compagni, ma soprattutto 
è compito della lotta politica di liberazione. 
Riuscire ad articolare il problema di massa della 
liberazione su tutti i tessuti del confronto politico è 
oggi la sola via che permetta di considerare cen- 
trale, effettivamente e non a parole, il problema del 
carcere e di rifondare una prospettiva di speranza. 
Non solo per i carcerati: perchè, infatti, queste 
tremila avanguardie in carcere, il consolidarsi del 
metodo dei rastrellamenti, le infami innovazioni 
giuridiche (dalle leggi repressive all'uso dei pentiti) 
costituiscono una minccia continua contro le lotte e 
i bisogni delle masse. 


Riscostruire le condizioni della lotta politica 
Ma forse occorre insistere ancora sui punti fin qui 
esposti. Non perchè io sia, con altri compagni, 
protagonista del caso 7 aprile, ma per le ragioni 
che di seguito spiegherò, sono convinto che sulla 
primavera del '79 dobbiamo riportare la nostra at- 
tenzione. Che cosa infatti è successo da allora in 
poi? E' accaduto che la lotta politica all'Interno del 
movimento è stata schiacciata da una forsennata 
quanto stolta iniziativa della magistratura e del 
potere. La ricchezza delle alternative politiche è 
stata tolta - attraverso la distruzione di ogni tes- 
suto politico si è di fatto affidata alle Br una rap- 
presentanza globale del movimento, che faceva 
gioco sulla decisione statale di costruire un simu- 
lacro di guerra civile. A quale scopo? con quali ef- 
fetti? Due anni di reciproci omicidi, 
l’imbarbarimento del dibattito hanno ben mostrato 
quello che si voleva: determinare uno stato di ur- 
genza che, dimostrando la necessità, l'opportunità, 
la possibilità di distruggere il terrorismo, distrug- 
gesse nel medesimo tempo le garanzie democra- 
tiche, gli spazi di lotta, la continuità decennale del 
movimento proletario. E' riuscito il potere ad otte- 
nere ciò? Oggi possiamo ben rispondere di no. La 
resistenza, sia pure troppo spesso nelle forme 
dell'assenteismo, dell'estraneità, del non coin- 



volgimento, s'è proposta. Ed oggi nuove lotte che 
portano con sè la freschezza delle nuove genera- 
zioni, esplodono ovunque e rovinano la bastarda 
coerenza delie grandi corporazioni sindacali e par- 
titiche. 

Ma dobbiamo (e devono) riconoscere che il prezzo 
pagato in questi due anni è enorme. Senza 
l'annullamento di ogni dialettica critica nel movi- 
mento, molte vite sarebbero state salvate. La follia 
delle campagne di annientamento, l'assurdità degli 
assassini reciproci, sarebbero molto probabilmente 
state evitate. Il delirante circolo delia repressione e 
della rappresaglia, o del terrorismo e della repres- 
sione, sarebbe stato interrotto. Occorre oggi dire 
con la massima chiarezza che il problema del ter- 
rorismo può essere risolto solo politicamente - po- 
liticamente da I movimento e nel movimento - e 
che quindi vanno ricostruite le condizioni della lotta 
politica. Nessuno è così illuso da credere di poter 
cancellare il 7 aprile e con esso due anni di storia 
di repressione. Nessuno pretende di poter cancel- 
lare la materialità di questi anni e i nuovi problemi 
che essi hanno aperto. Quello che appare chiaro è 
che va interrottto quel micidiale processo che ci ha 
condotto tutti a questo punto. C'è ancora qualcuno 
che crede di vincere? Il millenarismo della teoria 
della catastrofe non ci interessa. Quanto al movi- 
mento operaio, non sta forse facendo ora i suoi 
conti - almeno questi - sulla sconfitta subita 
dall'appiattimento della lotta politica e dal con- 
temporaneo schiacciamento terroristico del movi- 
mento? Ma analoghe domande potrebbero essere 
poste anche ad altri strati intellettuali e produttivi: 
nessuno ha nulla da guadagnare dal prolunga- 
mento di questa situazione. 


Chi può sconfiggere il terrorismo 

II terrorismo va sconfitto. Questo è però possibile 
solo con mezzi politici, che nessuno possiede per 
delega tradizionale, anche se li reclama dal punto 
di vista della rappresentanza politica o delle sue 
funzioni istituzionali. L'unico modo per battere il 
terrorismo è quello di intervenire sui meccanismi 
della sua produzione ed essere politicamente le- 
gittimati a farlo. E lo si è solo quando si paria del 
movimento di classe, dal suo interno, nel suo in- 
teresse, attraverso la pluralità della sua organiz- 
zazione, nella specificità della sua cultura. Molti 
sono i compagni - soprattutto carcerati - che in 
questo senso vogliono muoversi. Possibilità di 
successo? Chi lo sa. Certo è che nessuna 
possibilità hanno il movimento operaio tradizionale 
ed altre forze - soprattutto culturali e religiose - 
che si muovono nel senso di risolvere politica- 
mente il problema del terrorismo (ma non è il pro- 
blema stesso del movimento?), se non sanno 
rompere con un discorso che, anche quando non 


s'insterilisca sulla pietosa negazione della pena di 
morte, risulta comunque impotente, quando (come 
avviene) affronta il problema dentro le categorie 
del garantismo (nei periodo di discussione sulla 
riforma della costituzione), salvo rimanere stordito 
dalle rivelazioni di qualche pentito. E così le cose 
vanno avanti, la situazione peggiora, il simulacro 
della guerra civile diventa un mostro che vive e 
distrugge, con le vite umane, anche le possibilità di 
lottare. 


Un terreno di speranza comunista 

E' per questo che: 

a) respingo l'accusa che dissociazione dalle Br e 
dalle "Ucc" sia un'operazione individuale. Non lo è 
perchè interpreta bisogni fondamentali di movi- 
mento, la necessità di fare politica e di vivere nel 
movimento di massa. Si comincia sempre indivi- 
dualmente. 0, almeno, abbiamo fatto sempre così 
negli ultimi quindici anni. 

b) respingo l'accusa che l'esplicita dissociazione 
dal terrorismo sia un'operazione minimale. Anzi: 
essa rappresenta l'inizio di un progetto politico che 
deve di nuovo rappresentare l'identità culturale e 
sociale del movimento. La sua prospettiva è que- 
sta: raccogliere la storia delle lotte volendone dare 
una rappresentazione politica e una rappresenta- 
zione operativa. Tagliando, in maniera definitiva - 
sulla base di una censura che già storicamente 
(ma finora in maniera spontanea) s'è data sul li- 
vello di massa - con il terrorismo e con tutte le 
deviazioni militaristiche del movimento. 

c) Respingo l'accusa che questa dissociazione, 
questo progetto e questa lotta siano ambigue. 
Fare politica non ha mai significato, per i comunisti 
accreditare lo stato delle cose presenti. Il problema 
è ben altro: è quello di non rendere feticistica la 
critica delle armi e di non svuotare lo scontro su un 
orizzonte che sostituisce alla prospettiva di libera- 
zione l'isteria del suo simulacro, spesso rozza- 
mente identificato in una, questa sì ambigua, 
concezione della presa del potere. 

Riaprire un terreno di speranza comunista significa 
oggi dissociarsi, e fare della dissociazione un 
programma di vittoria della lotta di massa, nella 
pluralità delle sue organizzazioni e dei suoi bido- 
gni, nella richezza dei suoi desideri. 




Autonomia n.25, ottobre '81 


Scegliamo questa strada per intervenire pubblicamente su un argomento spinoso, 
ma su cui sarebbe oitremodo ipocrita continuare a tendere un velo di silenzio! 
Intendiamoci, troppe sarebbero le frasi da riportare tra virgolette, troppi i distinguo, troppe 
le spiegazioni da chiedere, per poter pensare che questo dialogo a distanza sia utile per 
chiarire il passato. Può essere però che diventi utile per il futuro, se riusciamo a capirci 
sulla sostanza delle cose. Allora, è evidente e lo sanno tutti che le posizioni date assunte 
personalmente o in gruppo con altri compagni, hanno saputo scontentare una grossa fetta 
del movimento, sia tra i compagni che tradizionalmente ti ascoltavano per interesse poli- 
tico comune, sia tra i compagni che ti scoltavano, magari scettici, ma attenti. Dei nemici 
non parliamo neppure. 

Questo spiccato interesse per i tuoi scritti non deve stupire, visto il tuo ruolo storico di 
perno nel dibattito politico dentro l'area dell'autonomia; così come non deve stupire la 
personalizzazione della battaglia, visto la responsabilità che si porta dietro ogni tua affer- 
mazione, e visto soprattutto il peso politico che esse hanno. Inutile negarlo, una lettera di 
Toni Negri non è la stessa cosa se firmata da Pinco Pallino. Non ci sembra questo, co- 
munque l'ambito dove dibattere la necessità di spersonalizzare i giudizi politici, poiché noi 
stessi pecchiamo rivolgendoci direttamente a te, per parlare contemporaneamente con 
molti altri compagni. 

Sostanzialmente, ad ogni tua nuova uscita pubblica (prima la lettera a Sica, poi 
l'articolo sul manifesto intorno ai "manisporchismo" nel movimento, poi la lettera con altri 
compagni da Rebibbia per il convegno contro la repressione di Milano, ma forse ci sfugge 
qualcos'altro) le acque si agitano, molti compagni esprimevano con aggettivi pesanti la 
propria disapprovazione, e preoccupazione, alcuni scrivevano i loro insulti più o meno po- 
litici. Noi stavamo in attesa (se pure con atteggiamento pesantemente critico, ma politico) 
che tu riacquistassi la dignità proletaria del silenzio, perdutasi nei mesi, negli anni di ga- 
lera. E sì, caro Toni, ci eravamo mangiati senza fiatare, non puoi negarlo, anche il tuo in- 
terrogatorio fiume con Palombarini a Fossombrone, dove la nomea di democratico e ga- 
rantista dell'uomo ti deve avere a tal punto ingannato, da lasciarti andare a discutibili giu- 
dizi politici e spiegazioni di percorsi organizzativi (non tuoi per altro) da "consulente 
esterno", e non puoi negare neppure questo, decisamente fuori luogo. 

Giunge adesso fresco fresco, il tuo contributo su Metropoli 6, e ci resta difficile non 
cominciare la sequela delle citazioni. Ma porcoddio possibile che non ti renda conto di 
quello che stai facendo, possibile che un compagno di tante battaglie, nel bene e nel male, 
da una parte e dall'altra, decida oggi di sguazzare nei torbido, non rendendosi conto di 
svolgere un ruolo di copertura alla fiorente ideologia anticomunista della dissociazione e 
della resa? O forse i giochi sono altri? Noi non crediamo che tu stia barattando la tua li- 
bertà personale con io stato in cambio di una autorevole abiura, sarebbe folle, però ci ri- 
mane lo stesso l'amaro in bocca, per il tuo atteggiamento e per quello di molti altri com- 
pagni invischiati nel calderone 7 aprile - 21 dicembre - 25 gennaio e postumi. E quindi 
senza mezzi termini diciamo a tutti voi, francamente: ALT, E' ORA DI FINIRLA, 
AUTOCRITICA COMPAGNI!!! 

Non è così che si rifonda un bel niente, gli interessi del movimento sono interessi 
collettivi di classe, e vanno salvaguardati insieme alla riconquista di una dignitosa solida- 
rietà e militanza di classe. Gettiamo la maschera dunque, spieghiamo chiaramente il 
progetto politico alternativo, pubblicizziamo le lotte in cui siamo impegnati soggettiva- 
mente, prefiguriamo i percorsi a cui vogliamo fare riferimento. In un passaggio 
dell'intervento del compagno Lauso (che dovreste leggere integralmente su Metropoli 6) 
egli dice ironicamente ma non troppo: "...proprio questo anello essenziale, memoria-iden- 
tità-soggetti ci viene proposto di liquidare come prerequisito indispensabile per entrare a 
far parte del club "un movimento per gli anni '80". Noi non !a vogliamo questa tessera, 
compagni. 

E' certo questo un metodo unilaterale per imporre un confronto a te e agli altri com- 
pagni, d'altronde la situazione lo impone. 

Detto questo ti-vi aspettiamo nel confronto politico certi però che potrà esserci solo a 
partire dall'autocritica sul terreno di massa. 



Il Mattino di Padova, 22. 10.81 

Toni Negri "ai compagni di Autonomia- 


Cari compagni di Autonomia, 

mi è stato recapitato un foglio del vostro giornale, numero 25 , con due ar- 
ticoli, rispettivamente intitolati: "Caro Toni" e "...apertamente e fattivamente 
dissociarsi...". Di getto vi rispondo. 

Il succo degli articoli è un invito al silenzio rivolto ai compagni incarcerati 
che si sono fatti portatori della tematica della dissociazione dal terrorismo (e 
non certo del pentitismo). Un invito al silenzio, autoritario, come il Re a 
Garibaldi: ma chi sia l'uno o chi sia l'altro è perlomeno discutibile. Fratellini, dal 
tono del vostro articolo è chiaro che avete perso il senso della misura. In ogni 
caso, il mio invito, altrettanto chiaro ed impellente, è al chiasso ed alla discus- 
sione. Quindi un invito non solo a non stare zitti ma neppure ad essere reticenti: 
come mi sembra sia avvenuto da qualche parte nel Veneto sulla questione 
Taliercio. Taliercio è stato barbaramente assassinato: questo va detto come 
base di ogni discussione possibile. Poi possiamo evidenziare il disaccordo, 
cercando di tenerci su un terreno sul quale le spranghe, questi residui del 
"Movimento studentesco" milanese, non siano l'unico argomento. 

Invitate all'autocritica. Sì, fratellini, io ci sto: anche se considero 
l'autocritica qualcosa di abbastanza triviale e che comunque ogni persona seria 
dovrebbe fare la sera prima di addormentarsi, lo vi invito invece alla critica, che 
è cosa davvero più seria. E alla critica di che cosa? Alla critica delle vostre po- 
sizioni politiche ed al riconoscimento che esse sono del tutto errate almeno su 
tre punti: 

A) - Perchè avete un modello bolscevico di organizzazione che è fuori dal 
tempo e dallo spazio e che si basa ormai solo, come accade a queste condi- 
zioni, sull'autorità dell'apparato. E questo modello di organizzazione vi appa- 
renta alle cose che odiate. 

B) - Perchè ritenete teoricamente un soggetto delle lotte e 
dell'organizzazione (il cosiddetto "operaio massa") che brucia ogni vostra ca- 
pacità di rinnovamento: quel soggetto è, se non anacronistico, quanto meno 
parziale e corporativo. 

C) - Perchè la vostra chiusura difensiva vi impedisce di interpretare 
quanto vive e cresce intorno a voi, e la vostra memoria è diventata la vostra 
galera, mentre una generazione politica nuova (non di soli ragazzi) si disloca 
nelle grandi lotte per la comunità, per la pace, per un nuovo modo di essere fe- 
lici. Una generazione senza memoria e perciò più rivoluzionaria. 

Smettetela dunque con il grossolano patetico della memoria che trasvaluta 
patriotticamente le vostre passate esperienze: oltre a tutto rischiate di prendervi 
tanto sul serio quanto vi ha preso Calogero, e questo è solo un perfido gioco di 
provincia. In ogni caso non è critica ed autocritica comunista. E poi, entriamo 
nel merito della vostra memoria, quella alla quale tanto tenete e per la quale 
scomodate testi classici: la vostra memoria è quella dell'opportunismo. Infatti, 
oggi, ponendovi contro la dissociazione dal terrorismo e la pratica di rifonda- 
zione del movimento, vi collegate idealmente a tutti i residui di sconfitta che 



vivono dentro la storia dei movimento - come quando non aderiste 
all'autonomia (quella con Pa minuscola) nel 1973. 

Personalmente la mia memoria ce l'ho, e ben ferma: ed oggi è con felicità 
teorica che mi piace battermi contro la vostra ideologia, con la stessa felicità 
teorica e politica con la quale, alla fine degli anni ‘50, ci si battè contro le buro- 
crazie staliniste dei partiti; all'inizio degli anni '60, contro i primi virgulti del set- 
tarismo emmellista; come nel '68 contro il sindacalismo corporativo; come negli 
anni 70 contro tutti i gruppettari e i mascalzoni pur prodotti, assieme al buono, 
dal '68; e come ora, contro il terrorismo. Quindi continuiamo in questa vi- 
cenda, ricordando che io sono il pungiglione e voi il bue. 

E per finire, smettetela di riempirvi la bocca di esperienze di massa. Le 
uniche che conosco oggi sono quelle che, nelle carceri, si collegano alle lotte di 
comunità e all'organizzazione materiale di queste. E, fuori, sono i grandi con- 
tenuti e le grandi forme di aggregazione organizzativa costruite dalle lotte eu- 
ropee: lotte per la liberazione della coscienza di massa, lotte che comprendono 
le più variegate componenti sociali del proletariato produttivo, sui temi della 
pace, del nucleare, della liberazione dei carcerati, dell'organizzazione "diretta 
ed immediata" di una alternativa di vita. E' qui, è su questa forza che rinasce il 
discorso Istituzionale - ed è difficile liquidarlo con quattro frasette tratte 
dall'"Estremismo". Le stagioni sono diverse. Ma solo chi fa decide. Ma voi dove 
siete? Quale esperienza di massa, reale, espansiva, vera, potete gettare sul 
tavolo della critica? Di quale nuovo parassitismo della ragione socialista siete 
invece i frutti? Forse quel sordido atteggiamento, per metà di consiglio e per 
metà di minaccia, con il quale stilate i vostri articoli, è meglio lo distruggiate 
dentro le vostre coscienze, come la memoria della vostra antica forza. 

Qui si ricomincia, lo vogliate o no. 


Toni Negri 



Il documento dei 51 

Da U Manifesto del 30.09.82 

UNA GENERAZIONE POLITICA 
E' DETENUTA 


Premessa. 

Oggi, nelle carceri italiane, all'interno di 
queirampia fascia di compagni che si colloca 
tra le due rumorose polarità costituite da 
"combattenti" e "pentiti", esistono diverse po- 
sizioni o tendenze che spesso preferiscono la 
sordina, il pianissimo, - isomma forme di co- 
municazione sottovoce. 

Tutti coloro che esprimono queste posizioni, 
tuttavia, sanno con certezza qual è il pro- 
blema centrale: è la ricerca di una soluzione 
politica alla questione delle migliaia di com- 
pagni oggi detenuti, latitanti, esiliati o in li- 
bertà provvisoria. 

Essa si dà a partire da una pratica politica di 
netto rifiuto di posizioni e comportamenti 
"combattenti" o terroristici, come primo pas- 
saggio per sollecitare e stimolare un rapporto 
dialettico, attivo e propositivo con quelle forze 
sociali e politiche che intendono superare la 
politica delle leggi speciali e del terrore ed 
aprire una fase di trasformazione. 

Tutto ciò oggi fa parte di un dibattito che 
rompe e attraversa ogni schieramento fon- 
dato sul passato; togliere ad esso la sordina 
è utile, necessario, irrinunciabile. Le 
■maggioranze silenziose, si sa, non sono mai 
riuscite a combinare nulla di buono. 

Differenti posizioni, dunque. Così come è 
stato articolato, pluralistico, contraddittorio, 
l'insieme dei percorsi politici del movimento 
degli anni 70, unificato nelle teorie del 
"complotto" unicamente nella politica giudi- 
ziaria e nelle sue ricostruzioni storiche ridu- 
zionistiche e criminalizzanti. 

Ma, al di là di una ricostruzione storico-poli- 
tica degli anni 70, che esula dai compiti di 
questo documento, tentiamo qui di raffigu- 
rare, a grandi linee, il ventaglio che oggi si fa 
promotore di questa iniziativa: 

- chi intende difendersi dalle accuse o re- 
clama la propria estraneità alle stesse. 

- chi rifiuta di vedere le lotte, condotte nelle 
fabbriche, nelle scuole, nei quartieri, ridotte 
alla fattispecie penale della banda armata e, 


di conseguenza, conduce una battaglia con- 
tro la figura del reato associativo nelle istrut- 
torie e nei processi. 

- chi rivendica i propri percorsi nell'illegalità di 
massa e nelle forme organizzative ad essi 
connesse, rifiutando l'etichetta di "terrorista". 

- chi un tempo ha fatto parte delle 
organizzazioni combattenti ed oggi esprime, 
senza accedere ad alcuna forma di 
delazione, una precisa critica al proprio per- 
corso ritenendo fallita un'esperienza e chiuso 
un ciclo. 

Tutte queste posizioni hanno piena legittimità: 
non si tratta qui di enuclearne una come 
proposta complessiva, non servono le eti- 
chette generalizzanti. Ma, pur nell'estrema 
sottolineatura del pluralismo, queste posizioni 
intendono oggi uscire dall'Isolamento, assu- 
mere forza collettiva, dignità progettuale; e si 
fanno carico della proposta di una sorta di 
"carta rivendicativa" con l'obiettivo di riaprire 
una dialettica con quelle forze che intendono 
recepirla e che si muovono nella direzione 
della trasformazione. 

Questa proposta consta di 4 punti dì analisi e 
di due momenti specificatamente propositivi 
rispetto alla politica giudiziaria e a quella 
carceraria. 


Lo stato 

e i detenuti politici 

Finora lo stato ha scelto e praticato, rispetto 
alla questione dei prigionieri politici, una via 
militare: con la politica giudiziaria, nei pro- 
cessi e nel carcerario. 

Militarismo sfrenato: ossia una legge che 
premia spudoratamente assassini convertitisi 
in delatori e sulla cui parola vengono spesso 
emesse sentenze di pura vendetta; una legge 
che ha indotto drammatiche dinamiche nel 
carcerario permettendo "riscatti" aberranti e 
consentendo ad alcuni di mantenere patti di 
mutua solidarietà tramite il rito dell'omicidio. 

Lo Stato alimenta la bipolarità di pentiti e 
combattenti; elabora politiche interamente 
centrate su queste figure; non esita a trattare 
con gli uni e con gli altri; esclude invece ogni 
interlocuzione con chi non usa il linguaggio 
della guerra e della morte. Ma oggi, a non 
usare questo linguaggio e a non praticarlo, 
nei processi come nel carcerario, è la mag- 



gioranza dei prigionieri politici rinchiusi nelle 
carceri italiane. 

E' loro - nostro - interesse, costruire una 
soluzione politica ad un problema politico, 
quello della loro - nostra - liberazione. E' 
nostro interesse quindi, opporci al militarismo 
istituzionale e a quello combattentistico, ria- 
prendo una dialettica di lotta, di vertenza, per 
arrivare all'apertura di una trattativa. Rottura 
della continuità, quindi; che non vuol dire una 
svendita del patrimonio ideale dei soggetti 
coinvolti, delle speranze e della progettualità 
espressa nel passato; ma semmai autocritica 
politica, ciascuno per ciò che gli compete, per 
gli errori che hanno contribuito alla crisi dei 
progetti di trasformazione sociale. E neppure 
divisione manichea tra esperienze di 
"movimento" e “organizzazioni combattenti" in 
quanto talora è stato labile il confine che le ha 
separate, prima di una loro definitiva divari- 
cazione. 

Netto, senza equivoci, è il confine che separa 
oggi prosecuzione della logica di guerra e 
volontà di essere nuovamente presenti in un 
processo di trasformazione. 


Si chiude un ciclo 
si apre una fase 

La divaricazione fra movimenti sociali, istanze 
di trasformazione rappresentate nei loro plu- 
ralismo, e la lotta armata - è ormai radicale e 
definitiva. 

La lotta politica per la trasformazione sociale 
non è mai stata così aperta. La tendenza al 
mutamento non è rappresentata dalla lotta 
armata e quindi tale tendenza non è sconfitta 
quando la lotta armata è sconfitta, non si 
pente quando quella si pente. I combattenti 
vedono due alternative: la loro vittoria, sem- 
pre più improbabile, oppure la resa. Per loro, 
la sconfitta della lotta armata segnerebbe la 
fine, la resa appunto, del movimento di libe- 
razione. 

Per noi invece, non si tratta di arrendersi. C'è 
molto, tutto da fare. 

Dopo che il vecchio patto, le vecchie regole, 
le vecchie condizioni sono definitivamente 
saltate nel corso degli anni 70, ed in partico- 
lare nel periodo del compromesso storico, la 
maggioranza dei prigionieri politici può ri- 
prendere collettivamente la parola e 


l'iniziativa, contribuire a definire nuove regole 
del gioco, nuove condizioni per il conflitto so- 
ciale. 

La maggioranza dei prigionieri politici può, 
ponendosi come interlocutare attivo, contri- 
buire ad innovare e modernizzare il diritto, 
lottando per un processo di superamento 
della legislazione speciale. 

Possiamo quindi sviluppare l'impegno per 
correggere in profondità l'attuale incancreni- 
mento della situazione delle carceri, pro- 
muovendo una politica di libertà, di alternativa 
alla carcerazione, ed una cultura capace di 
rimuovere le paure impresse sul corpo so- 
ciale dall'emergenza della guerra. 

La maggioranza dei prigionieri politici, af- 
frontando la complessa battaglia per la libe- 
razione collettiva, può riaffermare, col mas- 
simo vigore, la difesa intransigente della vita 
umana contro gli omicidi di Stato e contro la 
cultura politica dell'omicidio e del terrore. Una 
spinta quindi contro la barbarie, per il reinse- 
rimento attivo di una generazione politica nei 
processi di trasformazione sociale. 

I prigionieri politici che si collocano tra queste 
due polarità prima esemplificate, nelle posi- 
zioni elencate, possono oggi acquisire forza 
contrattuale, dignità progettuale, se non as- 
sumono come loro simbolo il silenzio: so- 
prattutto perchè esso è spesso venato di 
alibi. 

II più ingombrante e pericoloso di questi è 
l'attesa passiva di un provvedimento di am- 
nistia generalizzata. Si deve essere molto 
chiari in proposito: la liberazione dei detenuti 
politici non può essere una istanza morali- 
stica, un “evento" unico ed inarticolato, ma 
deve essere costruita pezzo a pezzo, con 
pragmatismo e concrete tappe intermedie. 
Altrimenti resta un feticcio buono per gli 
ignavi e da evocare di tanto in tanto mentre d 
si crogiola nell'attesa e nel silenzio. 
Immaginare che verrà un giorno in cui qual- 
cuno decreterà che tutti torneranno liberi ed 
eguagliati nelflamnistia, come lo sono stati 
nella pena detentiva, é fantasia irresponsa- 
bile. L'esatto contrario del coraggio richiesto 
da una battaglia politica attiva. Silenzio, pas- 
sività e "attesa dell'amnistia" sono l'ultimo 
avallo a fronte di culture militariste. 

Il percorso che viceversa vogliamo intra- 
prendere esclude avalli del genere. Possiamo 



chiamarlo metaforicamente, una marcia verso 
la depenalizzazione. 

Il primo passo è produrre una cultura gene- 
rale verso la depenalizzazione dei reati as- 
sociativi. Il reato di banda annata, anzitutto 
nelle sue aberranti e "onnivore" estensioni 
prodotte dalla legislazione speciale, deve 
essere svuotato di rilevanza giuridica, di 
qualsiasi congruità a definire in termini penali 
percorsi di lotta e di antagonismo. Ed inoltre, 
depenalizzazione per i reati riferibili 
all'illegalità di massa, per i reati insomma, 
dietro cui sono vissuti comportamenti e attese 
e domande di mutamenti rimaste senza ri- 
sposte. La cultura della depenalizzazione 
deve affermarsi, grado a grado, nei processi 
e nelle carceri. Solo così potranno darsi le 
condizioni sociali e istituzionali tali da con- 
sentire anche un atto di depenalizzazione 
straordinario, che trae oggi la sua forza dalla 
capacità critica di revisione dei propri per- 
corsi, - per i fatti specificatamente legati 
all'esperienza della lotta armata, come solu- 
zione politica e civile dell'eredità politica degli 
anni 70. 


Contro il silenzio 

La soluzione della questione dei prigionieri 
politici è una condizione centrale per una ra- 
dicale riforma delle istituzioni, per una loro 
modernizzazione. Ed una radicale riforma 
delle istituzioni è memento significativo della 
crescita di nuovi movimenti. Questo è quel 
tanto di interesse generale di cui oggi pos- 
siamo farci carico. 

Deve essere tuttavia chiaro che tra i prigio- 
nieri politici non c'è oggi omologia alcuna. Chi 
vuole continuare a "combattere" non ha nulla 
in comune con chi intende oggi rompere il si- 
lenzio ed intraprendere una battaglia politica 
aspra e complessa per la trasformazione so- 
ciale ed istituzionale. Il criterio di demarca- 
zione su cui una proposta per una grande 
vertenza può impiantarsi e crescere - riferito 
al presente, non al passato - riguarda posi- 
tivamente tutti i prigionieri politici che si op- 
pongono alla cultura e alle pratiche militariste, 
statali o "combattentistiche" e accettano di 
mobilitarsi, con coerenza di forme, alla parte 
politica e a quella propositiva del presente 


manifesto, per costituire un'ampia vertenza 
sul terreno giudiziario e su quello carcerario. 

Il patto di percorso che proponiamo a tutti i 
detenuti politici è l'accettazione di una pro- 
spettiva riformatrice, fatta di vertenze, riven- 
dicazioni, battaglie realistiche e lotte che non 
vengano recluse e schiacciate tra le mura di 
un carcere, ma si innervino profondamente 
nel tessuto sociale. 

Questa prospettiva inoltre, va verso un nuovo 
orientamento legislativo, che riconosca, e dia 
quindi spazio normativo, alle varie posizioni 
politiche e processuali qui espresse e pre- 
cedentemente elencate. Per questo crediamo 
che chi vuole lavorare e lottare in questa di- 
rezione, non debba appellarsi a nessun ad- 
dentellato concesso dalle attuali leggi penali. 


Un Patto di percorso 

Per esemplificare le valutazioni politiche fin 
qui espresse, indichiamo di seguito i primi 
obiettivi per la modificazione dell'attuale poli- 
tica giudiziaria e carceraria dello Stato. E' una 
sorta di "piattaforma" che vuole includere, ol- 
tre a quello dei detenuti, l'interesse dei lati- 
tanti, degli "esiliati", - il cui numero ha rag- 
giunto cifre da far impallidire il periodo fasci- 
sta - e di quanti oggi sono in una libertà 
provvisoria senza fine. 

Quanto più si svilupperà un'iniziativa politica 
su questi (ed eventuali altri) punti, tanto più 
sarà possibile procedere ad un'interlocuzione 
e ad un confronto con tutte quelle forze poli- 
tiche, sociali, culturali, interessate al supera- 
mento dell'emergenza. 

Nel momento in cui si avvia la discussione 
parlamentare sulla riforma dei codici, è in ra- 
pida estensione (ed addirittura si 

"normalizza") il funzionamento di leggi, uffici 
istruzione e tribunali speciali: carcerazioni 
preventive dilatate e dilatabili senza confini, 
mandati di cattura ciclostilati sulla parola dei 
pentiti, interpretazioni di leggi contraddittorie 
ed estensive, inversione dell'onere della 
prova, estensione illimitata del reato di 
"banda armata"; reati associativi adattati al 
"tipo d'autore"; processi in cui viene imposto 
l'appiattimento sulle figure dei "combattenti", 
dei "pentiti", o degli "arresi", secondo i canoni 
dei tribunali di guerra o di un "comuniSmo di 



guerra" propugnati da forze o commentatori 
politici. 

- Che siano drasticamente ridotte le carce- 
razioni preventive in relazione alla riforma dei 
codici; 

- che i mandati di cattura per i reati politici 
siano sottoposti alle verifiche ed ai controlli di 
validità previsti per i costituendi Tribunali della 
Libertà; 

che sia applicata preventivamente 
all'azione giudiziaria, la verifica delle dichia- 
razioni dei pentiti; 

- che siano ripristinati i diritti della difesa, in- 
teramente calpestati dalle aberranti applica- 
zioni "speciali" del rito inquisitorio e che siano 
garantiti dibattimenti in cui sia dato spazio ad 
una rimessa in discussione dei criteri fondativi 
delle sentenze istruttorie; 

- che siano revisionati radicalmente i criteri di 
definizione dei reati associativi verso la de- 
penalizzazione; 

- che i processi già passati in giudicato, in 
sede di Appello o in Cassazione, con parti- 
colare riferimento a quelli svolti nel periodo 
"caldo" delle leggi speciali e di emergenza, 
vengano riaperti su richiesta degli imputati 
coinvolti; 

- che ad analoga revisione siano sottoposti i 
processi relativi a determinati comportamenti 
processuali, il più delle volte apologetici, o a 
specifici comportamenti carcerari; 

- che in caso di grave malattia o di incompa- 
tibilità psicofisica del detenuto con le condi- 
zioni carcerarie, il parere della commisione 
medica sia vincolante nei confronti della de- 
cisione del giudice per ciò che attiene alla 
concessione della libertà provvisoria. 


Politica giudiziaria 
Richiediamo: 

- che sia riconosciuto il diritto alla autodeter- 
minazione nella distribuzione carceraria per 
affinità culturali, politiche, affettive, proces- 
suali (ed in questo, il problema della 
"sicurezza" delle aree omogenee o dei singoli 
che appartengono ai ventaglio di posizioni 
che propongono questo documento, è pro- 
blema centrale da autodeterminare con 
chiarezza); 

- cha siano avviate iniziative sperimentali di 
socializzazione e collegamento con l'esterno 


delle singole comunità autodeterminate; atti- 
vità culturali, lavorative, presenza nel carcere 
di iniziative socio culturali esterne; ripristino 
dei diritti costituzionalmente garantiti, quali 
quello di associazione, che vengono illegal- 
mente a cadere all'ingresso nel carcere; 

- che siano sviluppate proposte alternative 
alla pena detentiva, - estensione della semi- 
libertà, del lavoro esterno, istituzione di posti 
di lavoro in paesi esteri, forme di servizio so- 
dale presso enti civili; 

- che siano proposte misure alternative alla 
barbarie della carcerazione preventiva, nella 
fase di transizione alia riforma dei codici; 

- che sia abolita l'applicazione individuale ed 
estensiva dell'alt 90 nelle sue forme di di- 
struzione fisica, affettiva, intellettuale del de- 
tenuto e bloccati i nuovi progetti relativi. 

Promuovono o aderiscono al documento 
(imputati delle inchieste o processi, "Ucc", 
"Mcr - Comitati comunisti’, 'Processo Moro', 
' Mpro - Guerriglia comunista", ‘7 aprile", 
'Processo di Bergamo", "Prima Linea", etc.): 
Gianmaria Baietta, Antonio Boiardi, Marina 
Betti, Renata Cagnoni, Lucio Castellano, Ar- 
rigo Cavallina, Oronzio Cea, Fiore Di Salvo, 
Giustino Cortiana, Claudio D'Aguanno, 
Franca D'Alessio, Mario Dalmaviva, Raffaele 
Di Gennaro, Luciano Ferrari Bravo, Augusto 
Finzi, Alberto Funaro, Graziano Frigeni, An- 
namaria Gabrielli, Edoardo Gambino, Gio- 
vanni Giallombardo, Roberto Giordani, Enea 
Guarinoni, Carlo Guazzaroni, Giovanni In- 
nocenza Stefano Lanuti, Paolo Lapponi, An- 
drea Leoni, Antonio Liverani, Alberto Ma- 
gnagli, Alberto Majorana, Arnaldo Maj, Ma- 
riella Marelli, Andrea Morelli, Antonio Negri, 
Jaroslav Novak, Giorgio Raiteri, Angelo Pal- 
mieri, Silvio Palermo, Paolo Pozzi, Giano 
Sereno, Gianni Sbrogiò, Teodoro Spadacdni, 
Francesco Spisso, Edmondo Stoppolatini, 
Michele Surdi, Francesco Tornei, Gianni 
Tranchida, Emilio Vesce, Paolo Vimo, Ro- 
berto Vitelli, Gigliola Zazzaretta. 


f.i.p. MI Leoncavallo 22 - 2.11,92